Con Piccolino torna la più Grande
10 gennaio 2012 - TRACCE.it
di Walter MutoDal ritmo brasiliano alle ballate intense, fino ai testi scritti per lei da Faletti e Sangiorgi. Il nuovo album dell'artista italiana «che può fare tutto». Una voce che, con il passare del tempo, è sempre più drammatica
Penso che tutti sappiano come lavora Mina ormai da 32 anni a questa parte.
Alcune semplici leggi. Uno, l’indipendenza dell’artista. Tradotto in parole più
semplici, Mina fa quello che vuole: dal momento in cui nel lontano 1978 si è
ritirata dalle scene ha sfornato una serie impressionante di album in cui ha
sempre fatto la musica che ha voluto, per la verità e a giudizio di molti a
fasi molto alterne. Due, Mina seleziona la musica che le viene inviata e
sceglie i pezzi che sente di voler fare. Così nei suoi lavori (e quindi anche
in questo) si alternano brani di autori noti a pezzi di autentici sconosciuti.
Tre, la realizzazione è sempre di altissimo livello. Mina si circonda di grandi
musicisti e di altrettanto grandi arrangiatori e di conseguenza il livello
musicale dei suoi album è sempre molto alto. Come annotazione finale teniamo
presente anche che a differenza dell’agonizzante panorama della discografia
italiana, qui non esistono problemi di budget.
Bene, ma planiamo dunque verso quest’ultimo lavoro e andiamo un po’ più in
profondità. Cominciamo dicendo che Mina non si smentisce, era e rimane la più
grande interprete italiana. L’età anziché far appassire la sua voce
straordinaria, semmai la rende più drammatica. Straordinari i punti in cui la
voce graffia, un po’ meno quelli in cui una signora della sua età canta ancora
di sensualità e tradimenti. Meno ancora, nonostante i pezzi abbiano una loro
dignità quando approccia un inglese alquanto claudicante in due brani scritti
dal nipote Axel Pani.
Decisamente interessante il pezzo d’apertura firmato da Giorgio Faletti, Compagna di viaggio, con una intro ripresa, quasi citata da I am the Walrus di lennoniana memoria. Matrioska è una ballata intensa anche se
un po’ prevedibile, e di Questa canzone
si è già parlato a sufficienza: la canzone scovata dopo 40 anni, di autore non
conosciuto, che poi si è scoperto appartenere al duo Limiti-Nobile. Un brano in
brasiliano (Ainda Bem) e poi il primo
dei due episodi composti da Giuliano Sangiorgi (Negramaro), Brucio di te, scritta decisamente
pensando all’artista e ai suoi successi passati; l’arrangiamento ricalca questa
caratteristica.
Sì, perché Mina ha un carattere così forte, ed ha interpretato così tante
canzoni che il rischio di travalicare nel manierismo è sempre presente, ed il
passo per scivolarvi è realmente breve. La canzone successiva, un buon
bluesaccio di Andrea Mingardi mette in luce questo rischio della maniera sempre
in agguato. D’altronde teniamo sempre in mente la premessa: siamo di fronte al
disco cui ogni arrangiatore vorrebbe partecipare. Budget illimitato o quasi,
possibilità di far suonare alcuni fra i migliori musicisti e imitazione di
stili diversi (che è il lavoro dell’arrangiatore), pescando divertiti di qua e
di là e divertendo anche l’ascoltatore attento.
Detto questo, Canzone Maledetta è un
po’ troppo manieristica per piacere fino in fondo. L’andatura Rhythm and Blues
porta un’eco di Ho perduto il mio amore
dei Nomadi; nel modo di cantare Mina cerca di rintracciare quel grido che riuscì
ad esprimere compiutamente nella sua versione di Oggi sono io di Britti, ma che qui indulge un po’ troppo in un
miagolio esagerato, quasi fosse la parodia di se stessa; le armonie fanno
tornare alla mente, in diverso contesto, l’atmosfera della PFM in Impressioni di settembre.
Ma, come già notato da altri, la vera perla del disco è L’uomo dell’autunno, composta da Maurizio Fabrizio su testo di
Giuseppe Fulcheri e arrangiata magistralmente per orchestra da Gianni Ferrio. Un’impennata
che da sola vale quanto tutto il resto.
Mina si trova a suo agio nel cantare quasi tutto, ma qui la sua voce acquisisce
colori intensi e rilascia emozioni altrettanto forti, dando alla malinconia del
testo il vestito perfetto. Convincente anche il secondo contributo di
Sangiorgi, poco più avanti: Così sia.
Fra le righe della composizione di intravede la penna di Giuliano, si immagina
questa canzone interpretata da lui, ma ci si ritrova completamente coinvolti
dalla voce di Mina, anche qui intensa e partecipe della storia raccontata.
L’arrangiatore non ha saputo resistere alla tentazione di un bolero finale, ma ci può stare, glielo
si può perdonare. Il disco si conclude poi fra altre oneste canzoni e un paio
di divertissement. In conclusione, un
lavoro pieno di episodi diversi, una specie di percorso in altalena, dove
l’elemento unificante è ancora una volta la voce di un’artista tutt’altro che
tramontata. Può valer la pena accettarne la sfida.
Mina
PICCOLINO
Sony Music (2011)
« back